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Scritto da Redazione
Economia e lavoro
28 Novembre 2020

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Se fino allo scorso anno aprire un’attività secondo un determinato codice ateco aveva una rilevanza più statistica che realistica, oggi questi codici sono l’incubo di ogni imprenditore che, con l’ansia giustificata di chi deve mandare avanti il proprio business, grande o piccolo che sia, ad ogni DPCM si ritrova a scorrere la lista nella speranza che al suo codice sia toccata la “sorte migliore”.

Un forte senso di impotenza, insoddisfazione e – diciamolo – di rabbia nei confronti di “piani alti incapaci di prendere delle decisioni che vadano realmente a beneficio delle attività più sofferenti”. A spiegare alla Gazzetta di Lucca le assurdità di certe scelte da loro giudicate insensate sono stati tre imprenditori del territorio che, dal punto di vista della loro impresa, hanno chiarito le difficoltà riguardanti i negozi di vendita al dettaglio: Piero Bertolani (presidente di Confcommercio Viareggio e titolare di 6 negozi di articoli sportivi e non), Federico Lanza (presidente federmoda di Confcommercio Lucca e titolare di sei punti vendita) e Matteo Pomini (presidente del Centro commerciale naturale del centro storico di Confcommercio Lucca e proprietario di sette negozi tra Lucca, Livorno, Pontedera, Prato, Firenze e Perugia).

“La modalità con cui si è deciso arbitrariamente di mantenere aperti o chiusi determinati esercizi commerciali – spiegano – è ingiusta e priva di un fondamento razionale per diversi motivi”. Innanzitutto c’è il già citato problema del codice ateco che non tiene conto di molte sfaccettature come il fatto che, con il passare degli anni, può accadere che una determinata attività, aperta con un certo codice, evolva e, ad esempio, oltre agli articoli sportivi venda anche vestiario o calzature per il tempo libero. Oppure può verificarsi la situazione in cui all’interno dello stesso codice rientrano più tipologie di attività molto differenti tra loro. Ma il problema – hanno sottolineato in coro – non è il codice in se stesso, quanto l’utilizzo fatto di questa codificazione nei vari DPCM. Alcune attività commerciali, infatti, in base a tale modalità, possono restare aperte e non hanno accesso ai ristori previsti dal governo: “scelte – sottolinea Bertolani – che non tengono di conto della realtà, ma di statistiche incapaci di fare il bene di noi imprenditori del settore. Infatti, restare aperti, per attività come negozi di articoli sportivi, è una grande rimessa. Siamo in zona rossa – spiega – e le persone difficilmente si muovono per venire a fare compere. Più facilmente acquistano online prediligendo, tra l’atro, canali web più convenienti e facendo la fortuna di questa tipologia di vendita. Il vero problema – conclude – è che il fatto di rientrare in un codice che può restare aperto, danneggia due volte l’attività che non solo vedrà un enorme calo del fatturato, ma che non potrà nemmeno accedere agli aiuti del Decreto Ristori”. La modalità più giusta, secondo l’imprenditore viareggino, sarebbe stata quella di tenere conto del calo del fatturato di ogni azienda facendo un controllo incrociato rispetto ai dati precedenti.

Punto di vista, quest’ultimo, condiviso anche dagli altri due impresari intervistarti: “la modalità con cui si è deciso quali attività lasciare aperte e quali chiudere e per quali esercizi commerciali prevedere un ristoro – spiega Lanza – è stata insensata e dettata dalla fretta di rimborsare facendo – come si dice – di tutta l’erba un fascio. La soluzione giusta, seppur più lunga nelle tempistiche, sarebbe stata quella di guardare alle reali variazioni di fatturato. Purtroppo – affonda – già la scelta della terminologia la dice lunga su come il governo ha voluto impostare le misure: era più giusto parlare di ‘indennizzi’ perché di quelli si parla in caso di una restituzione a fronte di un danno subito e non di ‘ristori’”.

Tra i negozi di vendita al dettaglio rimasti aperti ci sono, ad esempio, quelli che vendono biancheria personale, articoli per bambini e per lo sport, ma, come si intuisce dalle parole dei tre imprenditori, titolari di attività di questo tipo, restare aperti in zona rossa è controproducente perché dall’altra parte ci sono i cittadini che, dovendosi muovere solo per comprovate necessità, nella maggior parte dei casi scelgono di non farlo prediligendo l’online o non acquistando affatto. Un esempio è quello del codice ateco 47.71.30 che, come chiarisce Pomini, raccoglie sia i negozi di intimo che altre attività merceologiche come maglierie e camicerie: “abbiamo a che fare con una duplice ingiustizia. Da un lato ci sono i negozi di biancheria personale che, per decreto, possono stare aperti registrando un grave danno in termini di fatturato e non potendo accedere ai ristori stanziati dal governo. Dall’altra parte – e qui emerge la duplice iniquità – attività merceologiche di vendita di maglieria e camiceria sono doppiamente penalizzate perché, rientrando nello stesso codice ateco dell’intimo personale, sono anch’esse escluse dal Decreto Ristori.

Secondo Bertolani tutte queste problematiche fanno presumere che, nel prendere le decisioni, le categorie non siano state affatto interpellate e, dato che l’opzione più sensata (quella di elargire i ristori in base al calo di fatturato di un’attività) non è stata percorsa, in questo momento per molti negozi di vendita al dettaglio sarebbe più conveniente restare chiusi, lavorando tramite l’online e le consegne a domicilio (come accade per i bar e i ristoranti) e poter beneficiare dei ristori.

 

 

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