Anno XI 
Domenica 13 Settembre 2026

Scritto da carmelo burgio
Politica
02 Ottobre 2024

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Un tempo essere cittadino di uno Stato comportava una serie di doveri, fra i quali quello di difenderlo fino alla morte, e i conseguenti diritti. Badare bene: avevi dei diritti in quanto “prima” ti sottomettevi a dei doveri: per lo spartano quello di “tornare sullo scudo” da morto, o “con lo scudo” e vittorioso perché non l’avevi gettato via per scappare più veloce.
D’altro canto ancora oggi negli Stati Uniti, quando chiedi la cittadinanza, non si accontentano del trascorrere di un certo numero di anni, della conoscenza della lingua, della fedina penale in ordine. Vogliono che studi e apprenda alcune cose, ad esempio quale sia la forma di governo e il sistema costituzionale, dimostrandolo con un regolare esame con commissione schierata. 
Oggi tutto questo attivismo per abbreviare i tempi della trasformazione in cives italicus mi lascia perplesso. Dire che basti frequentare qualche anno di scuola, poi, si presta a più di un equivoco. Come tutti gli automatismi. Essere cittadino non è come acquistare il biglietto per la metro e salirci dentro. Significa condividere cultura, storia, tradizioni, obbiettivi di quel gruppo sociale avente una precisa identità. Essere orgogliosi di partecipare alla collettività italiana. Potrebbero bastare anche 2 anni, quindi, ma vanno accertati caso per caso. Non si può affidare la gestione della pratica a ottuso burocrate che faccia i conti dei giorni di permanenza in Italia, degli anni di scuola frequentati, tenendo o meno conto di bocciature, richieste di non studiare Dante, non esporre il crocifisso, non realizzare il presepe o cambiare il menù. Non si può sostituire l’ottuso burocrate mezzemaniche di cui sopra ad un apposito consesso che valuti singolarmente e approfonditamente quanto il nuovo giunto voglia essere “italiano”, o quanto intenda solo acquisirne i vantaggi. Posto che già casa popolare e bonus bebè, libri, casa, sanità, asilo-nido etc. gli son stati assicurati. Un conto è voler vivere e lavorare in Italia, che gli offre maggiori opportunità di quelle che aveva a casa, un conto è essere disposto a tutto per l’Italia.
Abbiamo comunità assolutamente restìe a integrarsi, che di “essere” italiane non hanno la minima intenzione. Giusto rispettarle, per carità. Ma perché devono poter incidere sulla vita politica italiana, se italiani non si sentono? Che italiani saranno questi marmocchi dopo 5 anni di elementari, se a casa hanno genitori che del sistema di vita italiano non sanno che farsene o lo disprezzano apertamente?
L’Italia ha dei suoi punti fermi, o almeno dovrebbe averli, nella Costituzione, che non accetta che un sesso sia trattato diversamente, da inferiore, rispetto all’altro. Se pensi di vivere secondo un criterio diverso, non accetti l’Italia. Perché vuoi diventarne cives? Per i diritti? E i doveri? O lo desideri per cambiar l’Italia e renderla simile alla patria da cui te ne sei andato? Che poi, se tu avevi una patria e ti piace rieditarla da noi, a me perché deve essere precluso che la mia Patria resti quella che è?
Qualcuno dice: “Ma lavorano in Italia, e tifano per la nazionale italiana di calcio!”
Beh, rispondo: “Lavorano per vivere meglio e pagarsi la pensione in futuro, inneggino pure al nostro team pedatorio, ma sarebbero disposti a morire per l’Italia? La Francia, da tanti esaltata a modello, concede la cittadinanza a chi si arruola nella Legione Straniera, portando per almeno 5 anni le armi per lei.” 
A lavorare son capaci tutti, a spellarsi le mani allo stadio fra cori beceri pure. A morire per la Patria, no.
Infine, mi chiedo, ma siam sicuri che una volta che avremo regalato tutte queste cittadinanze farlocche, non si possa sovvertire proprio il modello “progressista” di vita tanto propugnato da chi tale si dice? Parlo del diritto di donne e LGBTQ+, di mantenere almeno le conquiste conseguire in decenni di lotte? Perché magari avremo masse d’elettori con idee diverse, per carità, legittime come tutte le idee, che potrebbero imporre nuovi sistemi di stare in società. 
E non è vero che certe conquiste siano irreversibili. 
Giusto per rammentarlo, ma negli anni ’60 e ’70 in Iran e Afghanistan le donne usavano mini e abiti attillati.   

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