La frattura, ormai, è definitiva. Marco Rizzo annuncia la fine del suo percorso politico con Democrazia Sovrana Popolare (DSP) e punta il dito contro Francesco Toscano, ritenuto il principale responsabile della crisi interna del partito.
In una lunga nota, Rizzo sostiene che il progetto sia stato compromesso da quelle che definisce «iniziative inutilmente divisive» portate avanti da Toscano. Al centro della contestazione c'è l'ordine del giorno sulle future alleanze politiche, approvato – secondo quanto riferisce – da 282 partecipanti, diventati poi 493 grazie a deleghe che giudica «improbabili». Un numero che, sottolinea, rappresenterebbe una minima parte dei circa 3.000 iscritti, in un'assemblea alla quale mancavano quasi totalmente il consiglio direttivo e l'ufficio politico.
L'ex leader di DSP spiega di aver scelto di non alimentare lo scontro, pur avendo la possibilità di intervenire e contestare le argomentazioni della mozione. Una decisione, afferma, presa per evitare di infliggere un'ulteriore ferita alla comunità politica e di offrire all'esterno l'immagine di un partito ormai dilaniato dalle divisioni.
Da qui la decisione di chiudere definitivamente il rapporto con il movimento. «DSP cessa di essere un riferimento della mia politica», scrive Rizzo, negando a Toscano e ai suoi sostenitori la legittimità di rappresentare il progetto con cui il partito era nato.
Lo scontro riguarda anche i contenuti politici. Rizzo prende nettamente le distanze da quelle, da lui ritenute, politiche di integrazione sull'immigrazione, accusandole di ignorare le ricadute su sicurezza, povertà e identità nazionale. A suo giudizio, questa linea finirebbe per avvicinare DSP a quella che definisce «la peggiore sinistra fucsia», indicata come una delle principali responsabili della situazione attuale del Paese.
Ampio spazio è dedicato anche alla questione del simbolo e del nome del partito. Per Rizzo rappresentano un patrimonio costruito collettivamente e, proprio per questo, nessuna delle due componenti in conflitto dovrebbe appropriarsene. Lancia, quindi, un appello affinché entrambe rinuncino al loro utilizzo, avvertendo che un'eventuale scelta unilaterale porterebbe inevitabilmente ad azioni legali. In caso contrario, promette di rispondere anche sul piano politico contro quello da lui ritenuto un utilizzo «spregiudicato» del simbolo e delle relazioni costruite nel tempo.
Le parole più dure sono però rivolte direttamente a Toscano. Rizzo parla di una rottura senza possibilità di ritorno: «Per me non esiste più politicamente. E non sarà mai più citato». Non risparmia critiche nemmeno al suo modo di comunicare, accusandolo di utilizzare il proprio «baracchino mediatico» con intenti esclusivamente provocatori.
Guardando al futuro, Rizzo si definisce «un militante politico libero da ogni vincolo» e annuncia l'intenzione di ricostruire ciò che, a suo dire, è stato distrutto da «mania di grandezza, presunzione e arroganza». Chiede, inoltre, che il suo nome non venga più associato all'esperienza di DSP, pur ribadendo che simbolo e denominazione fanno parte della sua storia politica.
L'ultimo passaggio della nota è dedicato al nuovo percorso che intende avviare. Un progetto che definisce coerente, rivolto all'«Italia del Domani» e fondato sulla riconquista della sovranità nazionale. Un'iniziativa che, assicura, sarà «libera da pesi e zavorre» e aperta a tutti coloro che vogliono contribuire concretamente a fermare il declino del Paese.



