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Scritto da Giampiero Della Nina
la rubrica che mancava
15 Maggio 2022

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Quando i commercianti lucchesi giuravano di essere onesti.

Dovevano farlo, perché, da tempi immemorabili, i commercianti in genere, agli occhi del popolo degli acquirenti, apparivano disonesti.

C’è un motivo? Come oggi, 15 maggio, nell’Antica Roma, si celebravano i Mercuralia, festa dedicata al dio Mercurio e, a sua madre la dea Maia. Mercurio, il cui nome deriva da merx (merce), si vantava di essere un ladro, avendo rubato i buoi di Ortigia. Aveva quindi tutte le carte in regola per erigersi a protettore dei commercianti. Essi lo adoravano e si riunivano, una volta l’anno, per offrirgli incenso, all’interno del tempio sull’Aventino, vicino al Circo Massimo.

La speciale preghiera a Mercurio

Poi, come vuole ogni festa che si possa dir tale, finivano per celebrarla con pantagruelici banchetti all’aperto. C’era poi l’usanza di tuffare un ramo di alloro in un recipiente di acqua, considerata miracolosa, che sgorgava da una fontana nei pressi di Porta Capena, e spruzzarla sulle merci in vendita e sui capelli. Facendo questo rivolgevano al dio Mercurio una singolare preghiera (Ovidio, “I fasti”, V, 681-690) che merita di essere conosciuta:

“Lava i falsi giuramenti del passato, lava le parole ingannevoli dette ieri.

Se ti ho posto a testimone, oppure se ho invocato falsamente il potere divino di Giove sperando di non essere udito, o se ho intenzionalmente ingannato un altro dio o dea, che i rapidi venti disperdano le mie sacrileghe parole e che il giorno seguente abbia la possibilità di pronunciarne di nuove e che gli dei lassù non ne tengano conto.

Concedimi solo guadagni, concedimi di godere di essi, e fai in modo che io possa continuare ad imbrogliare il compratore”.

Sono certo però, che una preghiera così spregiudicata, non sia mai stata rivolta dai commercianti lucchesi al dio Mercurio.

I Lucchesi … è tutta brava gente

Le fortune incontrate dai nostri commercianti, fin dal XIII secolo, sono attribuibili sicuramente alla loro iniziativa, competenza, impegno ed onestà. Il commerciante lucchese, tradizionalmente, ha da sempre goduto la fama di essere persona perbene, come del resto i lucchesi in genere.

Scrive Cesare Viviani:

L 'abbiam ner sangue, ormai lo san già ttutti:

noartri a LLucca siam tutte brave genti.

ci saràn si du' o tre ch’en farabutti,

ma ‘nsomma èn poghi i vveri delinguenti.

La parola era sacra: una stretta di mano, alla fine della trattativa, era sufficiente per legarli definitivamente al rispetto dell'impegno assunto. Scriveva un visitatore del '700 - nella testimonianza di John Fleming - che a Lucca “non c'erano mendicanti in vista dovunque, non esistevano ladri o altri scellerati in giro la notte; nessun delitto era stato commesso a memoria dei viventi, e soltanto un furto in sedici anni...”

Alla base di questa fama di serietà c'era un antico giuramento che i cambisti e gli speziali fecero nel 1111, al tempo del Vescovo Rangerio: da quel

momento non avrebbero commesso furti, truffe o falsificazioni nei pressi della Cattedrale, né nelle case che davano alloggio ai pellegrini.

Il messaggio in latino che appare su una lapide apposta sulla facciata del Duomo, si conclude con queste parole: “Il forestiero che legga questa scritta, in essa confidi e non tema alcunché per sé”.

Quella stessa zona era costantemente sorvegliata da incaricati a garanzia del rispetto del giuramento e per rimuovere qualsiasi eventuale irregolarità.

Quindi, non tutti i commercianti erano tenuti al giuramento, ma si può facilmente capire che chi non giurava, si doveva rassegnare ad assistere al tracollo dei propri affari.

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