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Scritto da Luciano Luciani
StoricaMente
18 Gennaio 2026

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Il 2 gennaio 1900, lo zar Nicola II (1868 - 1918), in occasione del genetliaco dello zio, presenzia alla sfilata del reggimento moscovita della Guardia imperiale: il fratello del padre ne è l’alto protettore sin dalla nascita. Accompagnato da un nutrito seguito di dignitari di rango elevato, al circolo ufficiali, Nicola II prende parte a una colazione in onore del Granduca Vladimir Aleksandrovic Romanov (1847 - 1909).  Nel brindisi di rito lo zar ricorda agli ufficiali che debbono in ogni momento essere pronti a offrire la loro vita per l'imperatore. “Il Signore ci ha dato il potere imperiale sul nostro popolo”, dice ai presenti, “davanti a Lui noi risponderemo dei destini della potenza russa”. Agli occhi dei circoli dominanti e davanti all'opinione pubblica internazionale mai come in questa occasione la dinastia dei Romanov aveva offerta un'immagine di sé così solida e intangibile. Ma si trattava, come confermano gli storici, anche i più benevoli, di un gigante dai piedi d'argilla. Sì, certo, nel 1861 i servi della gleba erano stati affrancati; dal 1863 le università godevano di una larga autonomia; la magistratura era stata resa indipendente nel 1864: nello stesso anno le comunità contadine e urbane avevano visto riconosciuti sia pur limitati poteri di autogoverno e l'anno dopo era stata resa meno ossessiva e vincolante la censura sulla stampa… Però nel corso del trentennio successivo si moltiplicarono ed esasperarono i motivi di scontento e d'insoddisfazione. La durissima carestia del 1891 e quella non meno aspra del 1897 avevano, una volta di più, portato alla luce il carattere arretrato dell'agricoltura russa e il misero livello di vita delle sue campagne, la cui popolazione, nonostante l'elevato tasso di mortalità infantile, era, comunque, in forte aumento. Qual era il pensiero politico-sociale dei mugichi all'indomani della riforma del 1861 e dei successivi mutamenti economici? Si può riassumere in un sentimento di delusione diffusa che rese il governo zarista ancora più preoccupato delle reazioni dei contadini nelle campagne: Un piccolo impiegato rurale della provincia di Vladimir scrisse nel suo diario: “Nessuno s'è rallegrato del manifesto; dai contadini non sono venuti né una parola né un segno di gioia” Tra i mugichi si diffuse ben presto la credenza che fosse stato letto non il testo con le autentiche volontà dello zar, ma un falso documento fabbricato dai malvagi ministri del sovrano, i quali avevano perfidamente celato il “vero” manifesto che dava al popolo la terra e la libertà (E. Cinnella, 1905).
Masse rozze, superstiziose e ignoranti crescevano, sia nelle campagne sia negli agglomerati proletari delle città, segnate da una secolare indifferenza e immaturità politica. Ed era solo il timore delle loro improvvise insorgenze, delle loro terribili e devastanti fiammate ribellistiche a mantenere fedeli allo zarismo gran parte dei ceti privilegiati e delle classi colte del Paese. Il ricordo delle rivolte contadine di Razin e Pugacev non si era spento e continuava a turbare i sogni di quanti godevano dei vantaggi del regime: privilegi fiscali, posizioni di rendita in campo agricolo e industriale, alti incarichi nell'amministrazione statale, nel sistema d'istruzione o nella burocrazia dell'esercito. L'autocrazia viveva, apparentemente ignara, su un vulcano in ebollizione e sul punto di esplodere. Ne erano ben consapevoli alcuni spiriti più avvertiti e lungimiranti: per esempio lo storico M. O. Gersenzon che riscontrava con preoccupazione come tra l'intellighenzia e la collera popolare si frapponessero ormai solo “le prigioni e le baionette”; oppure l'industriale A. I. Putilov il quale, comprendendo come ormai il tempo dello zarismo si fosse esaurito e paventando il caos che ne sarebbe derivato, si lascia andare a fosche previsioni: “I tempi di Pugacev ritorneranno e forse saranno addirittura peggiori di quelli”. Disordine e violenze anarchiche erano le preoccupazioni più acute avvertite dalle classi dominanti russe: la loro percezione e la paura che ne derivava si accrebbero, ovviamente, con le prime manifestazioni violente dell'insofferenza dei lavoratori russi. Accadde nel 1903 con un lungo e largo susseguirsi di scioperi, i più duri e determinati mai conosciuti sino a quel momento: la sofferenza e il malcontento della popolazione e la conseguente crisi di fiducia nel potere zarista furono ammessi addirittura in un manifesto imperiale del 26 febbraio 1903, in cui si promettevano riforme nella legislazione contadina e si enumeravano promesse relative a una sempre maggiore libertà religiosa. L'ordine sarebbe tornato a regnare, però, solo se fosse stata restaurata e in tutta la sua pienezza l'autocrazia, quella forma di governo nella quale il potere è riservato a un unico soggetto, indipendente di fatto tanto dai governati, quanti dagli altri soggetti governanti, il solo e l'unico a poter garantire diritti e benessere a tutti.
Pieno di buone intenzioni, sinceramente preoccupato per i malesseri sociali che agitavano i suoi sudditi, il regime zarista, però, sembrava capace solo di fornire risposte che guardavano all'indietro, alla tradizione di un potere assolutistico e tiranno che intendeva governare su un Paese sentito, come d'altra parte in gran misura era ancora, arretrato e rurale. E davvero premature erano apparse e apparivano ancora all'inizio del XX secolo le visioni modernizzanti del “padre del marxismo russo”, Georgij Plechanov: La nostra borghesia sta ora subendo un'importante metamorfosi; ha sviluppato polmoni che richiedono l'aria pura... dell'autogoverno politico, ma allo stesso tempo le sue branchie, con le quali tuttora respira nelle agitate acque del declinante assolutismo, non si sono ancora completamente atrofizzate. Le sue radici affondano ancora nel terreno del vecchio regime, ma la sua chioma ha già raggiunto uno sviluppo che dimostra come abbia assolutamente bisogno di essere trapiantata. 
Insomma, il vecchio mondo muore lentamente, con fatica, con sofferenza e il nuovo non riesce a vedere la luce.

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