È difficile restare indifferenti quando il mare restituisce ciò che abbiamo cercato di dimenticare. Ogni oggetto recuperato dalle onde sembra parlare, raccontare una storia che non riguarda solo l'inquinamento, ma il modo in cui viviamo, consumiamo, desideriamo e, troppo spesso, rimuoviamo. Da questa suggestione è nato il percorso sviluppato dal Liceo delle Scienze Umane Paladini di Lucca, che ha trasformato la mostra Archeoplastica di Lucca, organizzata dal Consorzio di Bonifica Toscana Nord con il Comune di Lucca e Sistema Ambiente, in un laboratorio interdisciplinare capace di intrecciare antropologia, sociologia, psicologia ed educazione alla responsabilità. Due classi, la prima A e la quarta A del Liceo delle scienze umane, hanno affrontato la stessa esposizione con sguardi diversi ma complementari, costruendo un'indagine che ha dato voce agli oggetti e profondità al tema dell'inquinamento marino.
Gli studenti hanno osservato i rifiuti marini come reperti culturali, indagando la loro identità materiale, la loro provenienza e la loro "vita sociale". Hanno imparato che un flacone, un giocattolo o un frammento di plastica non sono solo scarti, ma tracce dei nostri rituali quotidiani, specchi di un modello di consumo che produce oggetti destinati a durare pochi minuti e a restare nell'ambiente per secoli. L'impatto visivo della mostra è diventato così un'occasione per interrogarsi sulle emozioni legate al possesso e all'abbandono, sul piacere effimero dell'acquisto, sulla rimozione psicologica che ci porta a ignorare le conseguenze delle nostre azioni.
"Il percorso ha permesso agli studenti più grandi di approfondire il legame tra rifiuti e stratificazione sociale, mettendo in luce come ciò che finisce in mare rifletta le disuguaglianze della nostra società – spiega la professoressa Nunzia Cotrufo -. Hanno analizzato come la possibilità di scegliere alternative sostenibili sia spesso un privilegio, mentre i costi ambientali ricadono in modo sproporzionato sulle fasce più fragili della popolazione e sui territori più vulnerabili. Il mare, che mescola tutto, non cancella però le differenze: un oggetto scartato può raccontare un'abitudine, un ceto, un diverso accesso alle risorse. Per i più giovani, l'esperienza è stata un esercizio di empatia e cura: riconoscere negli oggetti abbandonati non solo plastica, ma frammenti di identità, emozioni scadute, responsabilità mancate. Per i più grandi, è stata un'indagine critica sulla nostra epoca, sull'Antropocene e sui tecnofossili che lasceremo in eredità. Per tutti, un invito a trasformare il senso di colpa in partecipazione attiva, a ridurre la distanza emotiva tra le nostre scelte quotidiane e le loro conseguenze. Leggere la mostra attraverso la lente delle Scienze Umane ha permesso alla scuola di restituire agli studenti uno sguardo più ampio e consapevole: non il mare come discarica, ma come archivio sociale; non il rifiuto come scarto, ma come documento che racconta le ingiustizie, le fragilità e le possibilità di cambiamento della nostra struttura sociale. Un percorso che ha unito conoscenza e responsabilità, mostrando come l'educazione possa diventare uno strumento concreto per immaginare un futuro più giusto e sostenibile.
"La mostra Archeoplastica rappresenta molto più di un'esposizione: è uno strumento di consapevolezza collettiva, un modo concreto per mostrare quanto il mare sia diventato un archivio involontario dei nostri comportamenti - evidenzia il presidente del Consorzio di Bonifica, Dino Sodini -. Vedere una scuola come il Liceo delle Scienze Umane Paladini di Lucca trasformare questa esperienza in un percorso di studio e di responsabilità è la dimostrazione che la cultura della cura può davvero mettere radici. Quando i ragazzi osservano un rifiuto come un reperto, quando collegano ciò che trovano sulla spiaggia alle dinamiche sociali, economiche ed educative che lo hanno generato, allora la mostra raggiunge il suo obiettivo più alto: far capire che la tutela dell'ambiente non è un gesto isolato, ma un atto di giustizia verso il presente e verso il futuro. Il lavoro svolto dagli studenti ci ricorda che il cambiamento è possibile e che parte sempre dalla conoscenza".