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   Anno XI 
Lunedì 14 Settembre 2026
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Scritto da irene decorte
Cronaca
14 Settembre 2026

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“La croce parla il linguaggio della mitezza, dell’amore, della pace e del perdono: l’unico che può portare questa nostra realtà alla salvezza”. Con queste parole l’arcivescovo di Lucca Paolo Giulietti si è rivolto a una gremita cattedrale di San Martino, nel corso della cerimonia che ha come da tradizione chiuso la processione di Santa Croce, da secoli e secoli momento centrale della vita religiosa e civile della città di Lucca.
Una processione partecipatissima, quella di quest’anno, e segnata dal ritorno alla tradizione: il Volto Santo, interamente restaurato e riportato all’antico splendore, è infatti tornato alla sua naturale collocazione nel tempietto ottagonale del Civitali, dopo i difficili anni del Covid e il periodo del restauro che avevano inevitabilmente privato la città di una parte importante della sua identità; ma solo temporaneamente. 
Sarà anche per questo che il fiume di fedeli che si è riversato nel duomo della città è risultato particolarmente impetuoso, persino più dei già partecipatissimi anni passati, tanto che dall’ingresso in San Martino della testa della processione all’arrivo dell’arcivescovo Giulietti, anticipato dal vescovo emerito di Pistoia e Pescia Fausto Tardelli, è passata un’ora e mezza; e ancora l’onda non si era esaurita quando è iniziata la cerimonia che ha chiuso ufficialmente la processione con l’allocuzione del vescovo e il tradizionale Mottettone. 
E forse a rallentare l’ingresso nella cattedrale delle autorità civili e religiose, dei fedeli e dei cittadini lucchesi che volevano semplicemente omaggiare uno dei più caratteristici simboli della città, è stato anche qualcosa che da anni non succedeva: il passaggio di quanti entravano dal tempietto in cui il Volto Santo ha fatto finalmente ritorno. È stato l’arcivescovo a insistere perché tutti i partecipanti vi passassero, per incoraggiare i lucchesi a riconquistare dopo tanti anni un rapporto intimo con l’effigie di Cristo crocifisso, perché imparassero nuovamente a rispecchiarsi nel suo sguardo di amore e misericordia. 
Di tale impatto è stata l’immagine della flotta di fedeli che si concentrava in direzione del tempietto da ricordare il mirabile ingorgo del 1982, così appellato dall’allora arcivescovo Giuliano Agresti nell’anno in cui per la prima volta la processione prese la forma che ancora oggi mantiene. Ancora oggi, a 300 anni dalla nascita dell’arcidiocesi di Lucca, il Volto Santo si riconferma simbolo imprescindibile della lucchesità, non solo sul piano religioso, ma anche politico: simbolo della libertas lucchese, di una città che mai ad alcun re si è inchinata se non al Cristo incoronato.
“Stiamo per concludere il nostro omaggio al Volto Santo: l’omaggio civile della città che acclama l’immagine come suo re, e l’omaggio religioso dei cristiani riuniti nella diocesi di Lucca che vedono nel crocefisso l’unica speranza dell’umanità redenta dall’amore- sono le parole con cui si è aperta la cerimonia nella cattedrale di San Martino- La Luminara è la figura del pellegrinaggio della vita umana che ha inizio e compimento in Gesù; vero uomo, vero Dio. Guardando al volto umano e divino di Cristo, le parole lasciano il posto alla speranza, i rancori sono sanati dal perdono, le sofferenze ottengono un compagno fedele ed efficacie e le difficoltà della vita appaiono parte di un disegno divino sapiente”. 
“Quando San Paolo scriveva queste parole, ancora la gente che incontrava i cristiani si chiedeva chi fossero questi che presentavano un uomo crocifisso come salvatore- l’arcivescovo Giulietti ha commentato la lettura scelta per dare inizio alla cerimonia, tratta dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi- Ma ci dice che l’annuncio di questo evento è l’unico che può dare salvezza al mondo, che con tutta la sua forza, la scienza e la tecnica va verso il baratro, come leggiamo in questi giorni. I forti non conseguono i loro obiettivi, gli intelligenti costruiscono cose che sfuggiranno di mano, e i sapienti precipitano il mondo in un vuoto senza speranza. Il crocifisso parla l’unico linguaggio che può portare salvezza. Papa Leone ci ha messi in guardia dall’edificare una Babele, una città di potenti che implode su se stessa, e ci ha invitato a costruire una nuova Gerusalemme, in cui l’umanità trovi pace e vita”.
Terminata la benedizione del vescovo, è giunto il momento che tradizionalmente conclude la serata della Luminara, e che rimane tra i più attesi e amati dai lucchesi: l’esecuzione del nuovo Mottettone, il brano sacro che da secoli viene realizzato ogni anno da un compositore lucchese specialmente ed esclusivamente per la festa di Santa Croce. Quest’anno per la sesta volta la composizione del brano è stata affidata a Luca Bacci, maestro della cappella musicale Santa Cecilia della cattedrale di Lucca, che nel silenzio rispettoso e fremente dei presenti si è preparato a dirigere lo stesso brano. Sotto la sua conduzione, il coro della cappella a quattro e cinque voci, accompagnato dall’organo di Giulia Piagetti, il timpano di Federica Martinelli e le trombe di Luca Lencioni e Maicol Pucci, si è prodotto in melodie oscillanti tra il solenne e l’intimo raccoglimento, tra la gioia e il dolore. 
Il testo, in italiano, affonda le radici nelle parole pronunciate da papa Giovanni Paolo II il 23 settembre 1989 di fronte allo stesso volto Volto Santo: a dare loro corpo la classica sequenza tripartita del Mottettone, che a due estremi allegri e solenni frappone un intermezzo meditativo e sommesso. Una sentita preghiera alla più preziosa effigie della città di Lucca, creando un’atmosfera di profonda devozione grazie a un impianto tonale semplice e immediato. 
Un breve preludio strumentale ha aperto la composizione, l’annunciazione gloriosa delle trombe e del timpano cui si è aggiunta la gioiosa commozione dell’organo; fino a sfociare nel forte alleluia del coro. La prima sezione è poi proseguita a suggerire lo svolgersi di un solenne corteo, tra il fragore delle trombe, il ritmo del timpano e la solennità agrodolce dell’organo. 
Tutt’altro il tono del secondo tempo, vero cuore della composizione; un adagio sommesso e meditativo, da eseguirsi e ascoltarsi con devozione, come indicato dallo stesso maestro Bacci. La perfetta, ritmica collaborazione tra gli strumenti e le voci ha creato un clima di solenne invito alla preghiera al Volto Santo, ora sommessa ora intensa.
La chiusura è stata infine affidata a una fuga solida e robusta, come richiesto dalla tradizione compositiva del Mottettone, in tempo allegro maestoso: prima hanno suonato a festa le trombe e il timpano, poi si è aggiunto vivace e allegro l’organo, e per ultime sono entrate le voci, una ad una. Prima i bassi, seguiti dai tenori, dai contralti e dai soprani, in un intreccio sempre più brillante e avvolgente; una rete variegata ma coesa, scioltasi in un solenne e gioioso finale sulla parola amen.
E sul lungo applauso per il Mottettone si è chiusa la celebrazione della processione di Santa Croce.

Foto Alcide

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