Anno XI 
Sabato 25 Luglio 2026

Scritto da Carmelo Burgio
Politica
23 Luglio 2024

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Nell’Inghilterra imperiale, a cavallo fra XVIII e XIX secolo, lord George Brummell divenne sinonimo d’eleganza e ricercatezza, e non a caso l’abbigliamento, per gli anni a seguire, vide l’affermarsi di abbinamenti e capi di origine d’oltre Manica. Dal tight, al blazer bleu – magari con bottoni dorati con crest – con pantalone grigio, alle cravatte regimental.

Un vero gentleman inglese – non “britannico”, aggettivo che comprende anche quegli zoticoni di scozzesi, gallesi e irlandesi – doveva indossare rigorosamente toni di grigio e bleu, ovviamente scuri, e non avrebbe mai indossato abiti sulle sfumature del marrone. Unica concessione a tali toni, e ai chiari in genere, al mattino e nelle prime ore del pomeriggio, al lavoro o a passeggio. Possibilmente con camicia azzurra e cravatta regimental, fermo restando che per il rituale the delle 1700 e la visita al club, anche mattutina per leggere in pace il Times, marrone e beige dovessero essere proscritti.

Oggi tante cose son cambiate, la moda s’è imbarbarita, ma vediamo che c’è ancora chi cura tali aspetti, e non si può non esserne soddisfatti: non ledono alcuno.

Benedetta quindi l’attenzione de “La Stampa” all’abbigliamento del generale – non ex-generale, lo stabilisce la legge, anche quando andrà in pensione, a meno che non subisca la sanzione di stato (giuridico) della rimozione dal grado – dipinto come indossante abito in toni nocciola da “generale sudamericano”. Peccato che di mattina, e al lavoro – e in Parlamento Europeo un deputato lavora – quei toni di tessuto siano concessi anche ai gentlemen della perfida Albione.

Fece male Feltri a criticare la mise dell’onorevole Salis all’ingresso in Parlamento, abbinandola a calabre lavoratrici della terra, e il vello della collega onorevole Karola Rakete. Ma una lady inglese mai si sarebbe presentata in prendisole nella House of Parliament. Nei clubs neppure poteva entrarci un tempo, solo perché donna.

E allora l’atteggiarsi a lord Brummel del nostro shampista-stampista appare fuori luogo. Non convince e non è sincera nella misura in cui nulla dice delle allegre onorevoli abbigliate per andare al mare o per far la spesa al mercato, con spalle scoperte e ombelico al vento. Un tempo in chiesa il sacrista le avrebbe cortesemente accompagnate alla porta. Come l’indulgenza verso la T-shirt, magari costosissima, abbinata alla giacca in “stile Armani”, e agli abiti a quadretti in stile lord inglese di campagna che se appartieni a una certa parte politica devi ostentare ben oltre le 1700. Cose – queste sì – che farebbero rizzare i capelli a un vero gentleman.

L’attenzione a tutto tondo a ciò che dice, pensa e fa Vannacci, rientra in quella demonizzazione dell’avversario politico, che bene non fa ad un dialogo democratico. Fra l’altro non sapevo che i generali sudamericani – sì, mi spiego, quelli che producono golpe e desaparecidos – vestissero di nocciola in abito civile. Se invece parliamo di uniformi, kaky, nocciola e loro sfumature fanno parte dei colori tipici che troviamo anche in Africa, Europa, Asia. E mi pare che i generali africani e asiatici non siano meno prolifici in termini di golpe e eccidi, ma forse lo shampista-stampista non segue le vicende internazionali e si dedica a Uomo-Vogue: ha sentito parlare di Pinochet cileno e dei generali argentini e ne ha fatto caposaldo culturale atteso fossero di destra. Qualcuno deve ancora dirgli se i generali golpisti africani e asiatici siano o siano stati di destra o di sinistra, e nell’attesa che giunga il parere del perito di parte, non si pronuncia.

Ma, appunto, quel che serviva era abbinare Vannacci a golpe, desaparecidos, cafoneria nel vestire. Anche a costo di dire cose lontane dai canoni dell’eleganza british classica, l’unica vera visto che l’hanno inventata loro.

Credo sia corretto dissentire dalle asserzioni politiche di un altro, ma andare a costruire fantasmi a volte è pure controproducente. Si stimola l’innato senso di protezione per il debole, per il meno forte, per l’assediato, e gli si gettano nelle braccia gl’incerti. Si perde di credibilità creando il “male assoluto”, per la semplice ragione che di assoluto non c’è nulla, tranne che tutto sia relativo.

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