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Leonardo rappresenta una delle principali eccellenze industriali e tecnologiche italiane. Opera in settori nei quali capacità produttiva, ricerca, autonomia decisionale e sicurezza nazionale coincidono molto più che in altri comparti. Proprio per questo, ogni scelta che ne orienti lo sviluppo internazionale deve essere esaminata con particolare attenzione.
Il Ministero dell'Economia e delle Finanze detiene circa il 30,2% del capitale. Non stiamo quindi parlando di un'impresa qualsiasi, né di una società le cui decisioni possano essere valutate esclusivamente alla luce del rendimento finanziario. Leonardo è un asset strategico nazionale e, come tale, pone una questione di responsabilità pubblica.
"Il vero problema non è entrare in una strategia. È capire, prima di entrarci, quanto ci costerà uscirne se domani l'interesse nazionale dovesse imporre una direzione diversa."
La mia critica non è contro Leonardo e non nasce da un giudizio ideologico sull'Ucraina. Non riguarda neppure la legittimità di ricercare opportunità industriali in un settore che sta attraversando una fase di profonda espansione.
La domanda è un'altra: il Governo italiano ha valutato fino in fondo il rapporto tra opportunità industriale, rischio geopolitico, reversibilità delle decisioni e interesse nazionale?
La differenza è sostanziale. Il tifo divide il campo in amici e nemici; la strategia, invece, misura obiettivi, costi, dipendenze e alternative. Uno Stato serio non decide sulla base dell'entusiasmo del momento, ma tenendo conto anche dello scenario meno favorevole.
Leonardo è già nella partita ucraina
Qui non siamo più nel campo delle ipotesi. Nella roadmap ufficiale del Piano Industriale 2026-2030 di Leonardo compare un riferimento al dispiegamento in Ucraina del Michelangelo Dome. Nella presentazione agli investitori del 12 marzo, il management ha inoltre spiegato che un primo componente era in costruzione per l'Ucraina, con l'obiettivo di sottoporlo a una prova in un ambiente operativo reale entro la fine dell'anno.
Il Michelangelo Dome non è un singolo sistema d'arma, ma un'architettura aperta, modulare e scalabile destinata a integrare capacità nei domini aereo, terrestre, navale, spaziale e cibernetico. Al centro vi sono interoperabilità, intelligenza artificiale, calcolo ad alte prestazioni, cloud e fusione dei dati. Leonardo stima che il programma possa generare opportunità per 21 miliardi di euro nel decennio, di cui 6 miliardi tra il 2026 e il 2030, già compresi nel Piano Industriale aggiornato.
La logica industriale è comprensibile. Il conflitto ucraino è diventato un ambiente di sperimentazione accelerata per droni, sistemi anti-drone, sensori, guerra elettronica, intelligenza artificiale e integrazione multidominio. Tecnologie che in condizioni normali richiederebbero lunghi cicli di sviluppo vengono sottoposte a una verifica operativa immediata, contro minacce reali e in continua evoluzione.
Per un'azienda come Leonardo, poter raccogliere dati operativi e verificare l'integrazione tra sensori, piattaforme e sistemi di comando rappresenta un vantaggio tecnologico potenzialmente enorme. Ma proprio perché il valore industriale può essere elevato, anche il profilo di rischio deve essere analizzato con criteri eccezionalmente rigorosi.
Un test operativo non è mai soltanto un test tecnico
L'espressione "test in ambiente reale" può apparire neutra, ma in un conflitto armato nulla è completamente neutro. Una sperimentazione sul campo può produrre almeno quattro conseguenze strategiche.
La prima riguarda l'esposizione tecnologica. Un sistema impiegato in guerra viene osservato non soltanto dall'utilizzatore e dal produttore, ma anche dall'avversario. Frequenze, protocolli, tempi di reazione, capacità di discriminazione e vulnerabilità possono diventare oggetto di raccolta informativa, contromisure elettroniche o tentativi di cattura.
La seconda riguarda la dipendenza dal contesto operativo. Se una parte significativa dello sviluppo viene orientata sulle esigenze di un teatro specifico, occorre chiedersi quanto quelle soluzioni resteranno adatte alle priorità italiane e alle necessità del Mediterraneo, della NATO e della difesa europea.
La terza riguarda la responsabilità politica. Una presenza industriale o sperimentale in un Paese in guerra può essere interpretata come una forma di coinvolgimento più profondo, anche quando non comporta formalmente l'impiego diretto di forze italiane.
La quarta riguarda la reversibilità. Una volta creati stabilimenti, società locali, catene di fornitura, contratti, infrastrutture di manutenzione e scambio di dati, uscire da una strategia diventa più difficile e costoso. È proprio questo il punto che dovrebbe essere chiarito prima di ogni ulteriore passo.
Opportunità e rischi devono essere valutati insieme
La questione non può essere ridotta all'alternativa semplicistica tra "stare con l'Ucraina" o "stare contro l'Ucraina". Il sostegno politico a un Paese aggredito e la valutazione prudenziale di un investimento industriale sono piani distinti.
Tra i possibili vantaggi vi sono:
Accanto a questi vantaggi esistono rischi altrettanto concreti:
La buona politica industriale non nega nessuno dei due lati. Li mette sullo stesso tavolo, attribuisce loro un peso e predispone strumenti di mitigazione.
I numeri da fissare oggi
Il 12 marzo 2026 il titolo Leonardo ha raggiunto 66,26 euro. Il 28 agosto ha chiuso a 52,87 euro, con una flessione del 3,96% nella seduta. Rispetto al massimo di marzo, il prezzo risulta quindi inferiore di circa il 20,2%.
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Dato |
Valore al 29 agosto 2026 |
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Massimo 2026 del 12 marzo |
66,26 euro |
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Chiusura del 28 agosto |
52,87 euro |
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Scostamento dal massimo |
circa -20,2% |
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Quota detenuta dal MEF |
circa 30,2% |
Questo dato non dimostra che il coinvolgimento in Ucraina abbia causato la flessione del titolo.
Sarebbe scorretto stabilire automaticamente un simile rapporto. Le quotazioni incorporano aspettative sui risultati, andamento dei mercati, tassi, bilanci pubblici, commesse, concorrenza, tensioni geopolitiche e propensione generale al rischio.
Il dato serve però a fissare una base verificabile. Tra dodici mesi sarà possibile confrontare:
Il controllo pubblico non dovrebbe limitarsi a osservare il prezzo di Borsa. Un programma strategico può creare valore industriale anche prima che questo emerga nelle quotazioni; allo stesso modo, un rialzo del titolo non dimostrerebbe da solo che tutte le scelte compiute siano nell'interesse nazionale.
Il passaggio Fedorov cambia il peso politico della scelta
A rendere il quadro ancora più delicato è la decisione del ministro Guido Crosetto di avvalersi di Mykhailo Fedorov, già ministro della Difesa ucraino, come advisor per l'Innovazione della Difesa italiana.
Il Ministero ha spiegato che il confronto riguarda in particolare droni, sistemi unmanned, difesa aerea ed evoluzione dell'ecosistema tecnologico. Crosetto ha sottolineato la necessità di trasformare rapidamente la sperimentazione in soluzioni operative disponibili su larga scala, rendendo più efficienti i processi nazionali di sviluppo e produzione.
Fedorov porta con sé un patrimonio di conoscenze difficile da ignorare. È stato protagonista della trasformazione digitale ucraina e ha maturato un'esperienza diretta nell'impiego rapido delle tecnologie durante una guerra ad alta intensità. Nel luglio 2026 ha lasciato il ministero della Difesa nel quadro di un rimpasto deciso da Volodymyr Zelensky, dopo contrasti emersi anche con i vertici militari.
La questione, a mio giudizio, non consiste nel mettere in discussione le sue competenze. Consiste nel comprendere cosa significhi, sul piano politico e strategico, integrare nel sistema consultivo della Difesa italiana un protagonista diretto dell'esperienza militare ucraina, proprio mentre l'industria nazionale sviluppa programmi e sperimentazioni legati a quel teatro.
Questa coincidenza non dimostra l'esistenza di un disegno improprio. Crea però una sovrapposizione sensibile tra consulenza istituzionale, apprendimento operativo, cooperazione internazionale e interessi industriali. È quindi legittimo chiedere trasparenza sul perimetro dell'incarico.
Le domande che il Governo dovrebbe chiarire
La discussione pubblica dovrebbe concentrarsi su interrogativi concreti.
Qual è il mandato dell'advisor?
È necessario chiarire durata, natura e limiti dell'incarico: se sia gratuito o retribuito, quali strutture possa coinvolgere, quali informazioni possa ricevere e quali procedure disciplinino eventuali conflitti d'interesse.
Chi controlla il trasferimento delle conoscenze?
L'Italia deve acquisire esperienza operativa senza creare dipendenze personali o organizzative. Le conoscenze dovrebbero essere trasferite alle strutture dello Stato e alle filiere nazionali, non rimanere concentrate nelle relazioni tra pochi soggetti.
Quali dati vengono condivisi?
Dati operativi, caratteristiche tecniche e informazioni raccolte sul campo possono avere valore strategico. Servono regole precise su classificazione, conservazione, accesso, proprietà intellettuale e trasferimento verso terzi.
Esiste una strategia di uscita?
Ogni accordo dovrebbe prevedere clausole di sospensione, revisione e recesso. La reversibilità non può essere valutata quando la crisi è già esplosa: deve essere progettata all'inizio.
Qual è il ruolo del Parlamento?
Quando una società partecipata dallo Stato entra in programmi che possono produrre effetti geopolitici, il controllo parlamentare non dovrebbe essere considerato un intralcio. È una garanzia di continuità istituzionale e responsabilità democratica.
Il nodo della sovranità tecnologica
La vera posta in gioco non è soltanto il successo di un programma o il valore di una commessa. È la sovranità tecnologica italiana.
Leonardo può cooperare con partner internazionali e, nello stesso tempo, preservare il controllo nazionale su tecnologie, dati e competenze critiche. Ma questo equilibrio non nasce automaticamente. Deve essere costruito attraverso vincoli societari, regole di sicurezza, tutela della proprietà intellettuale, diversificazione dei fornitori e investimenti nella ricerca italiana.
La cooperazione è utile quando aumenta l'autonomia. Diventa problematica quando sostituisce una dipendenza con un'altra.
Per questo sarebbe opportuno distinguere almeno tre livelli: la cooperazione necessaria per apprendere, l'integrazione utile per produrre e l'eventuale dipendenza che limita la libertà di scelta. Il Governo dovrebbe spiegare dove si colloca oggi il rapporto con l'Ucraina e quale limite intenda non oltrepassare.
Il ruolo dello Stato azionista
Il MEF non è un investitore passivo come gli altri. Lo Stato deve tutelare contemporaneamente valore economico, continuità produttiva, occupazione qualificata, sicurezza degli approvvigionamenti e libertà strategica.
Questo significa che il successo non può essere misurato soltanto attraverso ricavi e quotazioni. Bisogna verificare anche:
Una partecipazione pubblica ha senso proprio perché consente di considerare fattori che il mercato, da solo, potrebbe non valorizzare adeguatamente.
La posizione più responsabile
Sarebbe sbagliato chiedere a Leonardo di rinunciare a ogni opportunità internazionale o di restare fuori dai processi che stanno trasformando la difesa contemporanea. Un'azienda tecnologica che non sperimenta e non coopera rischia di perdere capacità, mercati e influenza.
Sarebbe però altrettanto sbagliato considerare ogni espansione industriale automaticamente coincidente con l'interesse nazionale. Gli interessi di un'impresa partecipata e quelli dello Stato possono sovrapporsi, ma non sono per definizione identici. È compito della politica assicurarne l'allineamento.
La posizione più responsabile non è quindi dire "sì" o "no" all'Ucraina in astratto. È pretendere che ogni decisione sia accompagnata da obiettivi misurabili, controlli indipendenti, protezione delle tecnologie e una strategia di uscita credibile.
Un sistema di controllo strategico, non una semplice informativa
Invece di trasformare il tema in uno scontro ideologico, il Governo dovrebbe adottare un sistema permanente di monitoraggio, compatibile con la tutela del segreto industriale e militare. Non sarebbe sufficiente, infatti, una comunicazione occasionale al Parlamento o la pubblicazione di dati puramente economici. Servirebbe un meccanismo capace di valutare contemporaneamente la dimensione industriale, finanziaria, tecnologica, militare e geopolitica dell'operazione.
L'obiettivo non dovrebbe essere interferire nella gestione ordinaria di Leonardo, ma verificare che le sue iniziative più sensibili rimangano coerenti con l'interesse nazionale anche quando cambia il contesto internazionale. Una strategia può apparire conveniente nel momento in cui viene adottata e diventare progressivamente più rischiosa a causa dell'evoluzione del conflitto, dei rapporti tra alleati, delle condizioni dei mercati o delle tecnologie impiegate.
Per questa ragione il controllo non dovrebbe limitarsi a fotografare quanto è già avvenuto. Dovrebbe funzionare come un sistema di allerta anticipata, in grado di individuare per tempo dipendenze, vulnerabilità e costi che potrebbero compromettere la libertà decisionale italiana.
Una valutazione su più livelli
Un'informativa periodica al Parlamento dovrebbe essere articolata almeno su quattro livelli di analisi.
Sostenibilità industriale e finanziaria
Il primo livello dovrebbe verificare se i programmi collegati all'Ucraina producano un rafforzamento strutturale di Leonardo e della filiera italiana oppure se comportino un'esposizione eccessiva verso un teatro caratterizzato da un'elevata instabilità politica e militare.
La valutazione dovrebbe indicare:
Quest'ultimo punto è particolarmente importante. Un investimento può essere redditizio in termini assoluti ma risultare meno conveniente rispetto ad altre possibili destinazioni delle stesse risorse. La domanda non dovrebbe quindi essere soltanto quanto si prevede di guadagnare, ma anche a cosa si rinuncia per perseguire quella strategia.
Sicurezza tecnologica e autonomia nazionale
Il secondo livello dovrebbe riguardare la protezione delle tecnologie e dei dati. Un ambiente operativo reale offre informazioni preziose, ma espone anche sistemi, architetture e procedure all'osservazione di avversari, alleati e soggetti terzi.
Il monitoraggio dovrebbe accertare:
Il punto strategico è evitare che la cooperazione, nata per aumentare le capacità italiane, produca una nuova forma di dipendenza. Il trasferimento di conoscenze dovrebbe quindi essere misurabile: competenze, dati e lezioni operative devono essere assorbiti dalle strutture nazionali e tradotti in capacità autonome.
Rischio geopolitico e scenari alternativi
Il terzo livello dovrebbe introdurre una vera analisi per scenari. Nessuna scelta strategica dovrebbe essere valutata assumendo che il contesto politico e militare rimanga invariato.
Il Governo dovrebbe almeno considerare quattro ipotesi:
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Scenario |
Questione strategica principale |
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Prosecuzione del conflitto |
Crescita dell'esposizione operativa, tecnologica e reputazionale |
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Accordo negoziale o cessate il fuoco |
Compatibilità dei programmi con il nuovo equilibrio politico |
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Peggioramento militare ucraino |
Protezione di personale, tecnologie, dati e investimenti |
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Mutamento delle priorità italiane o alleate |
Possibilità di ridurre o riconvertire rapidamente gli impegni |
A questi scenari dovrebbe aggiungersi l'ipotesi di un cambiamento politico a Kiev, a Roma, a Washington o nelle principali capitali europee. Accordi oggi considerati prioritari potrebbero essere reinterpretati, ridimensionati o sottoposti a nuove condizioni.
La valutazione dovrebbe quindi verificare non soltanto se la strategia sia sostenibile nello scenario atteso, ma anche se resti gestibile negli scenari avversi. È questa la differenza tra una previsione commerciale e una pianificazione strategica: la prima assume che gli obiettivi siano raggiunti; la seconda misura cosa accade quando le ipotesi iniziali non si realizzano.
Reversibilità e costi di uscita
Il quarto livello dovrebbe concentrarsi sulla reversibilità. Questo è probabilmente il punto decisivo, perché una scelta strategica non è davvero sotto controllo se può essere modificata soltanto sostenendo costi politici, economici o militari sproporzionati.
Per ogni programma dovrebbero essere individuati:
Non basta, quindi, prevedere formalmente la possibilità di recedere da un accordo. Bisogna verificare che l'uscita sia concretamente praticabile. Una clausola contrattuale vale poco se nel frattempo si sono create dipendenze tecnologiche, reti produttive o impegni politici che rendono quella clausola troppo costosa da esercitare.
Indicatori misurabili e soglie decisionali
Per evitare che il controllo si riduca a una relazione generica, il Governo dovrebbe adottare un quadro di indicatori misurabili. Non tutti dovrebbero essere pubblici, ma tutti dovrebbero essere sottoposti agli organi istituzionali competenti.
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Area |
Indicatori da monitorare |
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Economica |
Capitale investito, ordini acquisiti, margini, garanzie pubbliche, crediti esposti |
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Industriale |
Quota di produzione italiana, imprese coinvolte, occupazione qualificata, capacità trasferite |
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Tecnologica |
Brevetti, proprietà dei dati, componenti critiche esposte, vulnerabilità rilevate |
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Operativa |
Risultati delle sperimentazioni, affidabilità, tempi di risposta, interoperabilità |
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Geopolitica |
Evoluzione del conflitto, rapporti tra alleati, regime sanzionatorio, rischio di escalation |
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Strategica |
Dipendenze create, alternative disponibili, tempi e costi di uscita |
A ciascun indicatore dovrebbero corrispondere soglie prestabilite. Il superamento di una soglia non dovrebbe determinare automaticamente l'abbandono del programma, ma attivare un riesame politico e tecnico. In questo modo la decisione non dipenderebbe soltanto da valutazioni discrezionali formulate dopo l'emergere di una crisi.
Controllo parlamentare e tutela delle informazioni riservate
Trasparenza non significa pubblicazione indiscriminata. Le informazioni potrebbero essere organizzate su diversi livelli di accesso.
Una parte pubblica dovrebbe presentare obiettivi generali, investimenti aggregati, benefici attesi per la filiera italiana e criteri di valutazione. Una parte riservata potrebbe essere illustrata agli organismi parlamentari competenti e contenere dati operativi, vulnerabilità tecnologiche, clausole contrattuali sensibili e valutazioni d'intelligence.
Quando necessario, gli approfondimenti potrebbero svolgersi in sede riservata. La segretezza dovrebbe però riguardare le informazioni la cui divulgazione causerebbe un danno concreto alla sicurezza, non diventare uno strumento per sottrarre l'intera strategia al controllo democratico.
Il Parlamento dovrebbe conoscere almeno:
Indipendenza della valutazione e conflitti d'interesse
Il monitoraggio non dovrebbe essere affidato esclusivamente ai soggetti che hanno promosso o gestiscono i programmi. Chi è responsabile dell'attuazione tende inevitabilmente a valutarne il successo attraverso gli obiettivi operativi e industriali che gli sono stati assegnati.
Sarebbe quindi opportuno prevedere una valutazione incrociata tra Presidenza del Consiglio, Ministero della Difesa, MEF, Ministero delle Imprese e del Made in Italy, organismi di sicurezza e commissioni parlamentari competenti. Nei casi più rilevanti potrebbe essere utile anche un esame indipendente sugli effetti economici, industriali e tecnologici.
Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata agli incarichi consultivi. La verifica non dovrebbe limitarsi all'esistenza formale di incompatibilità, ma comprendere:
Non si tratta di mettere preventivamente in dubbio l'integrità o la competenza delle persone coinvolte. Si tratta di proteggere le istituzioni e gli stessi consulenti attraverso regole chiare, verificabili e applicate in modo uniforme.
Una catena precisa di responsabilità
Ogni strategia complessa rischia di produrre una frammentazione delle responsabilità: l'impresa decide sul piano industriale, il Ministero della Difesa su quello operativo, il MEF su quello finanziario e il Governo su quello politico. Se qualcosa non funziona, ciascun soggetto può sostenere di aver agito soltanto nel proprio ambito.
Per evitare questo risultato, dovrebbe essere indicato con chiarezza:
Il controllo strategico richiede una responsabilità politica riconoscibile. Una decisione non è realmente governata se tutti partecipano alla sua attuazione ma nessuno risponde del suo risultato complessivo.
Un riesame periodico basato sui risultati
L'informativa dovrebbe avere una periodicità definita, per esempio semestrale, con un riesame straordinario in presenza di cambiamenti significativi. Tra questi potrebbero rientrare un'escalation del conflitto, un nuovo quadro negoziale, modifiche delle sanzioni, variazioni rilevanti dei costi, incidenti di sicurezza o cambiamenti nella governance dei programmi.
Il riesame dovrebbe confrontare sistematicamente:
In questo modo il monitoraggio diventerebbe uno strumento decisionale, non un adempimento burocratico. Consentirebbe di correggere la strategia prima che investimenti, vincoli politici e dipendenze operative la rendano difficilmente modificabile.
Governare la scelta prima che diventi irreversibile
Non si tratterebbe di rendere pubbliche informazioni riservate né di indebolire la capacità competitiva di Leonardo. Si tratterebbe di distinguere la necessaria segretezza operativa dall'altrettanto necessaria responsabilità strategica.
Il vero obiettivo del controllo dovrebbe essere verificare che la cooperazione con l'Ucraina:
Una scelta di questa portata non può essere giudicata soltanto sulla base delle opportunità disponibili oggi. Deve essere valutata anche per gli obblighi che potrebbe produrre domani.
Il problema, in definitiva, non è impedire allo Stato e a Leonardo di assumere rischi. Nessuna politica industriale seria è priva di rischio. Il problema è stabilire quali rischi siano accettabili, chi sia autorizzato ad assumerli, chi ne sopporti i costi e quali strumenti consentano di ridurli quando lo scenario cambia.
È questa la funzione di un controllo strategico maturo: non bloccare le decisioni, ma impedire che diventino irreversibili prima ancora che le istituzioni ne abbiano compreso tutte le conseguenze.
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Link al video completo: https://youtu.be/7lVB2Eohxgo?si=wVxZF5OaYMkaRkDY
Nel terzo appuntamento del canale condotto da Mariella Bonacci, l’ex procuratore della Repubblica ripercorre una lunga carriera tra tribunali e istituzioni. Ne nasce un confronto vivace sulla giustizia italiana, sugli errori, sulla responsabilità della toga e sulla necessità di non perdere mai di vista le persone.
Si può amministrare la giustizia senza smarrire l’umanità? Si può indossare una toga, pronunciare una sentenza e continuare a vedere, dietro il fascicolo, le persone?
Da queste domande prende vita il terzo appuntamento di In Voce Veritas, il canale condotto da Mariella Bonacci. In Versilia, davanti alle telecamere, c’è Domenico Manzione, una delle figure più autorevoli del panorama giuridico e istituzionale italiano: già procuratore della Repubblica a Lucca, sottosegretario al Ministero dell’Interno e magistrato con una carriera lunga, articolata e vissuta sempre lontano dalle pose da palcoscenico.
Bonacci lo presenta come «il volto umano della giustizia». Non è una formula di circostanza, ma la chiave dell’intera intervista.
Perché si può discutere di leggi, processi, responsabilità e riforme, ma alla fine la questione resta una: quanta umanità riesce a conservare chi, ogni giorno, è chiamato a decidere della libertà, della reputazione e, in qualche modo, della vita degli altri?
Una carriera attraversando la giustizia italiana
Manzione comincia la propria carriera a Firenze, accanto a professionalità che hanno lasciato un segno profondo nella sua formazione. Prosegue a Monza e successivamente arriva a Lucca, dove svolge gran parte della propria attività.
Nel suo percorso ci sono anche l’incarico di procuratore ad Alba, il lavoro nella struttura legislativa del Ministero della Giustizia, l’esperienza alla Scuola superiore della magistratura, quella alla Procura generale di Firenze e il ruolo di sottosegretario al Ministero dell’Interno.
Una carriera che attraversa decenni di storia italiana e che permette a Manzione di osservare la giustizia da più punti di vista: dall’aula del tribunale, dagli uffici ministeriali, dalle istituzioni politiche. Non capita spesso e forse è proprio questa pluralità di esperienze ad avergli insegnato a diffidare delle risposte troppo semplici, perché la giustizia, quando viene raccontata male, sembra sempre semplicissima. C’è il colpevole, c’è la vittima, c’è il magistrato e ci dovrebbe essere una sentenza rapida, possibilmente severa. Poi si apre davvero un fascicolo e ci si accorge che la realtà ha il pessimo vizio di essere più complicata dei commenti sui social.
L’errore esiste. Il problema è non nasconderlo
Mariella Bonacci affronta, come di consueto senza giri di parole, uno dei temi più delicati: l’errore giudiziario.
Manzione non cerca ripari. Non sostiene che il sistema sia infallibile e non si rifugia dietro l’autorevolezza della funzione. L’errore, spiega, appartiene a ogni attività umana. Può nascere dalle informazioni disponibili in un determinato momento, dalle condizioni nelle quali si lavora e dai limiti, inevitabili, di chi deve decidere.
«Non è pensabile che un sistema non incorra in errore. L’importante è riuscire a ridurlo il più possibile e correggerlo in tempi brevi».
Il riferimento ai tempi brevi strappa quasi un sorriso amaro. Bonacci sottolinea infatti come la lentezza della giustizia italiana sia, in molti casi, «imbarazzante». Per chi aspetta una decisione, d’altronde, il tempo non è un dettaglio tecnico, non è una data rinviata sull’agenda, ma è un pezzo di vita trascorso nel dubbio, nella paura o nella vergogna. Talvolta una persona viene assolta dopo anni, ma nel frattempo ha già scontato una pena che nessun tribunale ha formalmente pronunciato: quella del sospetto, dell’esposizione pubblica e della reputazione perduta.
La vera forza di un sistema giudiziario, allora, non consiste nel dichiararsi perfetto. Consiste nell’avere strumenti seri per riconoscere e correggere i propri errori.
Il magistrato non può diventare un burocrate della condanna
Il cuore dell’intervista arriva quando si parla dell’umanità di chi giudica. «Nessun magistrato dovrebbe dimenticarla mai», afferma Manzione.
All’apparenza sembrerebbe una frase semplice, ma dentro c’è un intero modo di concepire la giustizia. Il magistrato non può limitarsi a incasellare fatti e persone in categorie astratte, deve conoscere la legge, naturalmente, ma deve anche essere capace di ascoltare, comprendere e distinguere.
Chi giudica non può diventare un burocrate della condanna, non può osservare un’imputazione e smettere di vedere la persona che ne è destinataria. Allo stesso modo, non può lasciarsi affascinare dalla figura dell’accusato fino a dimenticare chi ha subito il reato.
Bonacci ricorda una riflessione ascoltata durante una precedente intervista: nel processo bisognerebbe guardare anche a chi ha commesso il reato come a una possibile vittima della propria storia e delle condizioni che lo hanno condotto fin lì.
Manzione condivide soltanto in parte. Il giudice deve certamente comprendere entrambe le posizioni, ricostruire le circostanze e interrogarsi sulle responsabilità individuali, ma senza mai confondere i piani: «La vittima rimane la vittima».
L’umanità, dunque, non è indulgenza indiscriminata, non significa assolvere tutti, trovare sempre una giustificazione o trasformare il colpevole nell’unico protagonista del processo. Significa condannare quando è necessario, senza disumanizzare, significa ricordare che lo Stato deve restare Stato anche davanti a chi ne ha violato le leggi.
La giustizia non deve essere vendicativa. La vendetta è, infatti, immediata, soddisfa la pancia e raccoglie applausi, mentre la giustizia ha l’ingrato compito di ragionare.
Chi sbaglia deve pagare. Ma come?
Il dialogo si fa ancora più serrato quando Bonacci pone una domanda ricorrente nel dibattito pubblico: se un magistrato sbaglia, perché dovrebbe pagare lo Stato e non il magistrato stesso?
Manzione risponde con chiarezza. Immaginare che un magistrato debba rispondere personalmente di tutte le conseguenze economiche delle proprie decisioni, magari per cifre milionarie, significherebbe rischiare di paralizzare l’azione giudiziaria. Ogni scelta verrebbe compiuta non soltanto sulla base della legge, ma con il timore di perdere il proprio patrimonio.
Il magistrato esercita un potere dello Stato e agisce in nome dello Stato. Per questa ragione, normalmente, è quest’ultimo a rispondere degli errori commessi nell’esercizio della funzione. Resta diverso il caso del dolo o di irregolarità tanto gravi da giustificare una responsabilità personale.
Il punto, ancora una volta, è trovare un equilibrio. Da una parte il cittadino ingiustamente danneggiato ha diritto a essere tutelato, mentre dall’altra, chi giudica deve poterlo fare senza essere condizionato dalla paura di una rovina economica.
Le risposte semplici funzionano molto bene nei comizi. Gli equilibri, purtroppo per chi ama gli slogan, funzionano meglio negli Stati di diritto.
«Tanto li arrestano e poi li rimettono fuori»
Nel corso dell’intervista trova spazio anche una delle frasi più amate dall’opinione pubblica: «Tanto li arrestano e poi il giudice li rimette subito fuori».
Convinzione che ritorna puntuale ogni volta che un arrestato viene scarcerato o sottoposto a una misura meno grave. A quel punto il copione è già pronto: le forze dell’ordine lavorano, il magistrato vanifica tutto e il delinquente torna tranquillamente in strada.
Manzione invita a non confondere la rabbia con la realtà. Il giudice non dovrebbe fare altro che applicare la legge sulla base degli elementi a disposizione. Un arresto, quindi, non equivale a una condanna e la scarcerazione, di fatto, non è necessariamente un gesto di clemenza. Tra i due momenti esistono le indagini, il diritto di difesa, il contraddittorio e il processo.
Dare per colpevole chi è stato arrestato significa considerare superfluo tutto ciò che dovrebbe venire dopo e se il processo diventa inutile, prima o poi diventa inutile anche la democrazia.
Questo non diminuisce il rispetto per il lavoro delle forze dell’ordine, sul quale Bonacci e Manzione concordano pienamente, significa soltanto riconoscere che polizia e magistratura svolgono funzioni differenti, entrambe necessarie.
Bonacci, con la sua consueta franchezza, riassume perfettamente il problema: «Bisognerebbe parlare più spesso con te per non parlare da bar, perché è facile parlare alla pancia della gente».
Manzione ride. Ma nella battuta c’è una verità scomoda: la giustizia spiegata male produce molta indignazione e pochissima consapevolezza.
Il processo trasformato in una partita di calcio
La conversazione arriva anche al caso Garlasco, diventato ormai qualcosa di più di una vicenda giudiziaria. Ci troviamo dinnanzi a un racconto collettivo, un appuntamento televisivo permanente, quasi una serie alla quale ogni giorno viene aggiunto un nuovo episodio.
Manzione e Bonacci concordano sul fatto che se ne parli in maniera eccessiva. Alla base c’è anche una caratteristica molto italiana: la tifoseria. Non si segue più un processo per comprenderne gli sviluppi, ma si sceglie una squadra. Innocentisti da una parte, colpevolisti dall’altra. Ogni perizia diventa un gol, ogni indiscrezione un calcio di rigore, ogni dubbio un torto arbitrale e guai a cambiare idea: nel tifo, la coerenza con la propria curva conta più della verità.
Il problema, in realtà, non riguarda soltanto Garlasco. Quando un processo viene trasformato in spettacolo, l’accertamento dei fatti rischia di passare in secondo piano e l’imputato diventa un personaggio, la vittima un simbolo e il dolore una scenografia.
La giustizia, però, non dovrebbe avere bisogno degli ascolti televisivi.
Magistratura, informazione e quella stagione sul palcoscenico
Bonacci porta poi la discussione verso la fine della Prima Repubblica e la stagione in cui una parte della magistratura sembrò assumere, anche nell’immaginario collettivo, il ruolo di depositaria di una rigenerazione morale del Paese.
Manzione riconosce che vi sia stato un periodo di grande spettacolarizzazione, ma evita di assegnare tutte le responsabilità ai magistrati. A suo giudizio si verificò una convergenza fra magistratura e mezzi di comunicazione: le inchieste producevano notizie, le notizie alimentavano l’attenzione dell’opinione pubblica e quella stessa attenzione finiva per incidere sulla vita politica. Una macchina capace di alimentarsi da sola.
Il rischio nasce quando il diritto procede per interventi frammentari, costruiti sull’emergenza del momento. Manzione parla di un’azione «rapsodica» che aumenta il tasso di confusione dell’intero sistema. Il legislatore, allora, anziché elaborare un progetto complessivo, finisce per inseguire il caso del giorno e la legge diventa così una risposta immediata all’ultima indignazione pubblica. Fa rumore, conquista un titolo e spesso arriva già vecchia al problema successivo.
Dove sono finiti gli statisti?
Dalla giustizia alla politica il passo è breve. Bonacci cita alcuni protagonisti della Prima Repubblica — Craxi, Berlinguer, Almirante, Moro, Andreotti, Spadolini — e sostiene che l’attuale classe dirigente non regga il confronto. Manzione definisce severo il giudizio, ma riconosce il problema.
Si dice che il politico guardi al piatto del giorno, mentre lo statista guardi al lungo periodo. Oggi, però, le figure capaci di costruire una visione che superi la prossima scadenza elettorale sembrano sempre più difficili da individuare.
Anche la politica, osserva Manzione, è figlia del proprio tempo e il nostro è il tempo nel quale le dichiarazioni più pesanti vengono lanciate sui social, ridotte a poche righe, riprese dai quotidiani e consumate nel giro di una giornata. Non esattamente il terreno più fertile per il pensiero complesso. Uno statista dovrebbe guardare lontano, ma la comunicazione contemporanea gli chiede di controllare ogni cinque minuti quanti “mi piace” ha ricevuto.
Manzione non lo dice per giustificare i politici. Lo dice per descrivere l’ambiente nel quale oggi la politica cresce, o forse si restringe.
Il momento più bello? Aver evitato il carcere a chi non lo meritava
Quando Mariella Bonacci chiede quale sia stato il momento più bello della sua carriera, Manzione avrebbe a disposizione molti processi, incarichi prestigiosi e passaggi istituzionali da ricordare. Sceglie invece una risposta assai meno celebrativa e molto più significativa. Parla delle occasioni nelle quali ha saputo cambiare idea e della soddisfazione provata quando è riuscito a evitare il carcere a chi non meritava quel patimento.
Forse è proprio qui che emerge fino in fondo il magistrato raccontato dall’intervistatrice: non l’uomo che misura la propria carriera sul numero delle condanne ottenute, ma quello che considera un successo anche avere impedito un’ingiustizia.
In un’epoca nella quale cambiare opinione viene spesso scambiato per debolezza, Manzione ricorda che per un magistrato può essere esattamente il contrario. Ostinarsi per difendere la propria tesi è facile, mentre rimettere in discussione il proprio convincimento, quando la libertà di una persona dipende da quella scelta, richiede molto più coraggio. Il dubbio, quando è onesto, non è il nemico della giustizia, ma uno dei suoi strumenti più preziosi.
L’amarezza di un’inchiesta che lasciò ferite profonde
Nel finale dell’intervista affiora anche il ricordo di una delle vicende più dolorose vissute sul territorio: l’inchiesta nata dal commissariato di Forte dei Marmi e poi allargatasi alla Questura di Lucca.
La Bonacci ricorda il clima di quegli anni e i suicidi che accompagnarono la vicenda. Manzione sottolinea con amarezza che a togliersi la vita furono anche persone non coinvolte nei fatti contestati.
Questo è, probabilmente, punto nel quale le riflessioni precedenti smettono di essere teoria. Un’indagine può essere necessaria, fondata e doverosa, ma resta comunque un evento capace di travolgere esistenze, famiglie e reputazioni. Proprio per questo chi la conduce deve possedere rigore, equilibrio e misura.
Manzione ricorda anche le dichiarazioni dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che espresse pubblicamente il proprio disappunto per l’inchiesta avviata nei confronti del commissariato di Forte dei Marmi. Un intervento che, a suo giudizio, non contribuì a rasserenare un quadro già molto difficile.
In pensione, ma non troppo
Domenico Manzione ha lasciato la magistratura ordinaria, ma la parola pensione sembra descrivere soltanto una parte della realtà. Continua, infatti, a svolgere l’attività di giudice tributario e dedica tempo alla scrittura “meta-giuridica”: una riflessione che parte dal diritto, ma prova a guardare oltre i codici, verso la società, la politica e le contraddizioni del nostro tempo.
Durante l’intervista anticipa anche possibili novità editoriali per l’autunno. Non aggiunge molto altro, lasciando aperta una piccola porta sulla curiosità.
Il terzo appuntamento di In Voce Veritas si chiude senza formule miracolose e senza sentenze pronunciate dal salotto ed è forse questo il suo merito maggiore.
Dalla conversazione fra Mariella Bonacci e Domenico Manzione emerge una giustizia meno comoda di quella raccontata negli slogan, una giustizia che può sbagliare, che deve imparare a correggersi e che non può misurare la propria efficacia soltanto contando gli arresti o la durata delle condanne. Soprattutto, emerge l’idea che dietro ogni fascicolo esistano esseri umani: la vittima, l’accusato, le famiglie, gli investigatori e persino il magistrato chiamato a decidere.
La toga conferisce un potere enorme. L’umanità impedisce che quel potere dimentichi il proprio limite.
Link al video completo: https://youtu.be/7lVB2Eohxgo?si=wVxZF5OaYMkaRkDY

