“Chi era Giacomo Puccini come uomo?”: da questa domanda è partita Rossella Martina, già autrice di una biografia dell’immenso compositore, per la sua seconda opera Gli ultimi giorni di Puccini. Turandot il sogno compiuto, concentrandosi questa volta sugli ultimi tempi della vita di Puccini, tra la rapida malattia e l’improvvisa morte a Bruxelles e la composizione di quell’ultima, grande opera che mai riuscì a concludere e di cui proprio quest’anno si celebrano i 100 anni dalla prima rappresentazione.
Ricostruire l’umanità di Giacomo Puccini, le sue debolezze e la sua intimità, oltre il grande compositore che tutti conoscono e oltre l’immagine di uomo superficiale e “farfallone” che le biografie tradizionali hanno consegnato alla storia: a questo punta il libro, come spiegato da Martina la sera del 18 febbraio di fronte al tenace pubblico che ha sfidato le intemperie per assistere alla presentazione del libro al teatro San Girolamo.
“Ho studiato attentamente le lettere di Giacomo Puccini, ne conosciamo più di 10mila: usava la scrittura quotidiana come il lettino di uno psicanalista, da lì si può desumere tanto della sua personalità- ha dichiarato l’autrice in dialogo con l’amministratore unico del teatro del Giglio Giorgio Angelo Lazzarini- Mi sono sempre chiesta: com’è possibile che Puccini fosse un compositore così sensibile e un uomo così poco apprezzabile? Quello che ho scoperto è che le prime biografie di Puccini, realizzate dagli amici che pensavano di darne un’immagine allegra, hanno segnato profondamente la sua biografia in maniera negativa, così che si è continuato a raccontare Puccini senza mai andare oltre questa facciata. In realtà era un uomo molto malinconico, bisognoso di affetto che cercava sia dagli amici sia dalle donne: non era un Don Giovanni, ma andava alla ricerca di un grande amore”.
E la ricerca di qualcosa di grande si è riflessa anche nella sua attività musicale, e soprattutto in quell’ultima opera incompiuta che quest’anno sarà dedicato a celebrare e su cui lo stesso libro si concentra, esordendo proprio dall’inizio della sua composizione nel 1919-20: la Turandot. “Puccini è sempre passato da un’opera alla successiva migliorato, cambiato, sperimentato, ma questa volta sente la necessità di andare oltre la sua normale evoluzione: voleva qualcosa di decisamente diverso, sperimentando qualcosa di grandioso. I librettisti Adami e Simoni propongono di prendere ispirazione da una favola, e decidono di rifarsi alla Turandot di Gozzi”, ha spiegato Martina.
“Il problema di quest’opera è che Puccini non è mai in grado di entrare nella psicologia di Turandot, e probabilmente è per questo che non l’ha mai finita: non riusciva a sentire il lieto fine in quest’opera, dopo che essendosi ammalato non poteva sentirlo per la sua vita. La sua energia la canalizza nella figura di Liu, la schiava che nemmeno era presente nella sua fonte, e che lui decide di inserire, scrivendo personalmente i versi che canterà: evidentemente sentiva la mancanza di una figura femminile dolce, come troviamo nelle opere precedenti. Non è un caso che l’opera finisca con la morte di Liu- ha proseguito- La storia di Liu ricorda poi molto quella di Doria Manfredi, la cameriera che nel 1909 si avvelena perché accusata dalla moglie di lui, Elvira, di esserne l’amante, quando probabilmente era in realtà sua cugina Giulia: per non tradire Puccini e non rovinare la cugina, sceglie di sacrificarsi come fa Liu. Puccini ha sempre avuto la tendenza a mettere qualcosa di se stesso nelle sue opere”.
Il libro prosegue nell’analisi degli ultimi quattro anni della vita di Puccini, dalla profonda malinconia del compositore per la propria senilità alle molte amanti e alle case costruite e mai veramente vissute, fino all’intenso rapporto di amore-odio con Arturo Toscanini, una delle persone a lui più vicine nei suoi ultimi tempi. “Si stimavano, ma si criticavano reciprocamente; Toscanini era un libero pensatore, democratico, moralmente ed eticamente impegnato come artista, mentre Puccini non era in prima linea nelle battaglie civili: questo a Toscanini dispiaceva. Addirittura ebbero una lite fisica a Viareggio- ha dichiarato Martina- Nel 1923 Puccini andò appositamente a Milano per assistere alla prima del Nerone di Boito, diretto da Toscanini, e quando lui sentì dire che Puccini aveva espresso delle critiche lui si rifiutò di farlo assistere alla prova generale. Puccini gli scrisse una lunga lettera di scuse, forse nemmeno autentica; Toscanini all’inizio non rispose, ma quando scoprì che Puccini era malato ne divenne amico sincero, in maniera quasi commovente”.
E poi, l’insorgere di quel tumore alla gola che finì per reclamarne la vita e le cui cause non sono ancora state chiarite. “C’è chi pensa che il tumore sia da ricondurre a un episodio in cui, durante un viaggio, un osso d’oca gli rimase in gola. Ho parlato con un oncologo, il dottor Ragusa, che ha studiato nel dettaglio la malattia di Puccini: ha detto che certamente la sua gola era a rischio altissimo per i moltissimi sigari e sigarette che fumava, e che è possibile che in una gola profondamente compromessa come quella anche una piccola ferita abbia contribuito al cancro”, ha affermato l’autrice.
“Il mal di gola comincia all’inizio del 1924, ma non viene diagnosticato correttamente per almeno 10 mesi: Puccini non sospetta neanche lontanamente che possa essere così grave. A ottobre, però, comincia ad avere degli espurghi di sangue; si presenta da solo a uno specialista a Firenze, che si rende conto della gravità della situazione, ma non gli dice niente. Allora il cancro era difficilmente curabile: si tendeva a nascondere la verità al paziente, e dirla a un familiare; ma ancora un'altra volta Puccini va dal medico senza dire niente alla famiglia. Alla fine, gli viene detto che ci sono delle cliniche che potrebbero risolvere il suo problema a Berlino e a Bruxelles, dove viene usata la novità dei raggi radio; e lui si reca subito a Bruxelles”, ha proseguito a raccontare.
Particolarmente commovente il racconto dell’ultima visita di Puccini ai luoghi della sua infanzia, pagina finora quasi sconosciuta della sua storia: “Il 14 settembre 1924 un musicista lucchese, Giovannelli, lo incontra nel duomo durante la messa di Santa Croce; passano delle ore insieme, e Puccini gli racconta di quando era bambino e cantava nel coro del duomo. Era tornato a Lucca non sapeva nemmeno lui perché, evidentemente per un senso di necessità di salutare la sua città natale. Il 30 ottobre si reca invece a Pescaglia, paese d’origine della sua famiglia: lì tutti si rendono conto che non stava bene”.
“A Bruxelles, diversi amici vanno a trovarlo. Il 24 novembre subisce un’operazione terrificante: sottoposto ad anestesia parziale, poiché non poteva riceverne una totale in quanto diabetico, gli viene aperta la gola e gli vengono inseriti sette aghi nel tumore. La gola gli viene lasciata aperta: lui respira attraverso un tubo dal naso, viene nutrito con un sondino, e quando l’anestesia finisce il dolore è indescrivibile. Però il decorso sembra buono: il medico dichiara che Puccini si salverà, tutti scrivono telegrammi, i giornali lo riferiscono- l’autrice ha raccontato- A quel punto, Puccini ha un infarto: non riesce più a respirare. Il medico gli toglie gli aghi dalla gola per eliminare almeno il dolore; Puccini ha diverse ore in cui è perfettamente cosciente e consapevole che sta per morire. Gli amici che erano con lui raccontano una scena terribile di lui che si alza a sedere, si rimette giù e via così, e infine li saluta con la mano: fu perfettamente lucido fino all’ultimo istante. I suoi funerali a Bruxelles furono affollatissimi, e così a Milano; e quando fu pronta la sua tomba nella sua Torre del Lago, due anni dopo, ci fu un terzo grandioso funerale”.
“Quando si parla di Puccini, si deve andare oltre: sembra quasi che invece di un uomo sia un’entità da studiare, senza niente di umano. Invece, umano lo era profondamente: tutta la sua vita lo testimonia, e in particolare questi ultimi anni”, ha concluso l’amministratore unico del teatro Giorgio Angelo Lazzarini.



